"Consiglierebbe la carriera di scrittore?" mi chiese uno degli studenti.
"Stai cercando di dire amenità?" gli chiesi.
"No, no parlo seriamente. Consiglierebbe la carriera di scrittore?"
"È lo scrivere che sceglie te e non tu lo scrivere."

Charles Bukowski

sabato 10 settembre 2011

Ghiaccio Secco



Ripassava il ghiaccio secco sulle posate d'argento. Senza una ragione apparente, così, per farle apparire più fredde.

- Dì la verità, non hai la minima idea di cosa scrivere, è un momentaccio lo so. Ma credi davvero di prendere in giro qualcuno inventandoti certe cazzate?
- Beh, sai uno ci prova, magari poi esce fuori qualcosa. Sai alle volte succede così, per caso, magari ti esce fuori un... Chiedi a coso lì...come si chiama?
- Chi?
- Quello famoso che scrive, adesso mi sfugge il nome...
- Stefano Benni?
- Sì!
- Ma vai a cagare! Stefano Benni ti sputa in faccia a te! Cosa pensi di fare il genio col ghiaccio secco?
- Cagare non cacare, fica non figa!
- Eh?
- No niente parlavo tra me e me.

Gessica apparve in quel momento nella cucina. Ormai disperata, lo vide in quell'esercizio stupido e insensato del ghiaccio, che quasi come un incantesimo, si ripeteva ormai puntuale da più di due anni, ogni giovedì pomeriggio. Lei si avvicinò piangendo, lo abbracciò e con la mano sinistra posò il ghiaccio secco nel lavandino.

- Aridaje, continui con queste stronzate, ma no spiegami, dove credi di arrivare? Ti stai chiudendo in un vicolo cieco di inutilità te ne rendi conto?
- Be, non è detto e poi magari a qualcuno piace, magari qualcuno cerca proprio questo, l'inutilità. Magari c'è gente stanca dei romanzi morali, o dei racconti con un fine, magari uno cerca una quotidianità inutile. Verosimilmente inverosimile.
- Sì, magari. Magari qualcun'altro ti manda affanculo.
- Affangulo, non affanculo ... affa ..
- eh?
- No, no niente!
- Ma sei scemo? Mi prendi per il culo? Prendi per il culo la tua coscienza?
- A parte il fatto che è tutto da dimostrare che tu sia la mia coscienza. Ho paura che lì dentro ci sia stato un qualche colpo di stato. Qualcosa mi dice che un superego malato, o qualche brutta paura ferita dell'infanzia abbia preso il potere.
- Ahh eccolo il piagnucolone, la mia infanzia, i bimbi cattivi, le mie insicurezze … e poi scrivi sta merda, sei negato! Lasciatelo dire: ne-ga-to! Come per tutto il resto!
- Certo se mi ritrovo te come coscienza, non è che mi sei molto d'aiuto e poi che ne sai tu? C'è tutto un nuovo movimento che ha abolito il reale e l'irreale e si dedica alle...
- Allimortacci tua!

Ricordavano ancora la prima volta che Frank provò una passione irrefrenabile per il ghiaccio secco. All'epoca, più di sei anni prima, in una classica partitella fra amici, si slogò una caviglia. Fu amore a prima vista. Quella sensazione glaciale e secca allo stesso tempo, che ibernava ogni cosa, senza la necessità di inumidirla, lo portò ad un feticismo irrefrenabile. Sembrava un bambino tutto preso dal piacere erotico della cacca. Di sguazzarvici dentro, con la fortuna che qui il ghiaccio era inodore e pulito.

- Ma allora fai sul serio? Non ti arrendi proprio davanti a nessuna porcheria?
- Non puoi negare che adesso sta iniziando ad uscir fuori qualcosa di interessante. Il ghiaccio secco come metafora (e mica tanto poi) di un subconscio erotico rimosso. Un'infanzia proibita che esplode in un campetto di calcio, con tutta la carica ormonica che ne consegue.
- Senti, parliamone serenamente. Lo sai qual è il tuo problema? Anzi senza punto interrogativo, lo sai qual è il tuo problema! Arrivano questi periodi e non sai neanche tu bene il perché, ma tutta quella voglia di scrivere ti passa. Dentro di te magari dici voglio scrivere, ma non hai la benché minima idea, oppure solo ideuzze, immagini, semplici scenette che non servono a niente, o non interessano nessuno. Poi magari le inizi e le lasci morire lì, incompiute.
Ti chiedi mai come si sente un'opera incompiuta? Hai mai pensato a quanto possa soffrire? A quante volte durante la sua vita si chiede cosa diavolo è nata a fare, anzi peggio, cosa diavolo è stata pensata a fare? Hai idea di quante volte ti maledica, dimenticata per sempre in un cassetto, o nello spazio immateriale di un hard disc, o peggio sfacciatamente pubblicata su un blog, incompleta e indifferente al mondo? Come quella storia di Giovanni Battisti, com'è che si chiamava?
- Cristiani Metropolitani e non riguarda Giovanni BattistA, ma la storia di Cristo, lo sai bene, narrata come fosse un fenomeno di costume.
- Embè e perché il tuo fenomeno di costume è rimasto a marcire nel nulla?
- Non è vero, io lo finirò!
- Ma chi prendi in giro, persino tu ti sei reso conto che è una stronzata!
- Lo finirò! E poi mi piaceva l'idea finale del racconto. Cristo paragonato ad una rock star di duemila anni fa, con il suo seguito di fan che non accettano la sua morte, e come per tutte le rock star iniziano a vagheggiare tesi che lo vogliono ancora vivo. Pensare che la Chiesa non sia altro che l'istituzione di un “Elvis è su un'isola del Pacifico” mi affascinava.

Come può accadere che un rispettabile padre di famiglia, unamoglie-duefigli-dueauto-villaegiradino, diventi schiavo di una pulsione feticistica da subconscio? Come si può di punto in bianco, ritrovarsi dipendenti di una follia libidinale da ghiaccio secco? Come si può superare ogni fase dello sviluppo infantile, ogni paura e fase anale, essere in grado di denunciare uno scippo e trattenere rutti in pubblico, comportarsi a modo con gli estranei e rispondere adeguatamente agli annunci di lavoro, per poi riscoprirsi disarmati di fronte al piacere di un freddo deumidificato?
Frank era ormai inerme davanti a tutto quello, o come la chiamavano in famiglia: “quella cosa di Franck” oppure “il problema del ghiaccio secco”. I sintomi si fecero avanti subito. All’inizio, quasi per gioco, Franck decise di comprare del ghiaccio secco così, da tenere in casa, non si sa mai. Poi senza accorgersene, si ritrovò a toccarlo di nascosto nel garage. In men che non si dica la sua pulsione diventò irrefrenabile. Quella delle posate era iniziata da due anni. Lo psichiatra James Fred Bullbindolhs, il miglior psichiatra della contea, plurilaureato e pluripremiato all’università Fred Bongusto del Colorado, diceva che anche quella turba delle posate doveva provenire da molto lontano. Era quasi sicuramente dovuta alla sua necessità inconscia di divorare il mondo e per questo la cacca. Tutto sembrava partire di lì, la cacca. Frank soffriva di stitichezza e ciò sembrava dovuto al fatto che un giorno la mamma lo vide giocherellare con quella e inghiottirsela con gusto. Il trauma di quei giorni si ripresentava sotto forma di posate e ghiaccio secco. Posate e ghiaccio secco. Posate e ghiaccio secco.

- Potevo essere la coscienza di un dipendente della Banca Mediolanum, di un postino di periferia, di uno ricercatore precario di particelle subnucleari, o chissà magari di Proust, Einstein, Kant, pure Nietzsche volendo, e invece di cosa mi tocca essere coscienza? Di un Pirla! Ora si è imbucato nella psicanalisi di sto cazzo!
- Bada a come parli sai! Bada bene! Badalù!
- Ma che cazzo dici?! Ma trovati un lavoro piuttosto! Cresci!
- Allora se proprio la vogliamo dire tutta, anch’io vorrei essere Proust o Kant o quello della Mediolanum, ma sai com’è mi ritrovo una coscienza come te e quindi il massimo che posso fare e scrivere storie di ghiacci secchi, turbe psichiche e Gesù Cristi. Ma dico una volta, una sola volta è possibile che non mi dici mai una parola di incoraggiamento? Ok, era un’idea di merda, però quella merda mi sembra di averla elevata, ci ho costruito su qualcosa che può andare, ho evitato accuratamente di chiudermi in un angolo, in un vicolo cieco.
- Puah! Ci rinuncio guarda ci rinuncio.
- E poi sai una cosa ora che lo rileggo, sai che mi piace! Davvero, secondo me è stupenda. Ha qualcosa di geniale tutto ciò, compresa questa mia conversazione con te?
- Non vorrai dirmi? O cristo! Stai riportando anche la nostra conversazione?
- Beh si, visto che c’ero ne ho approfittato, non si sa mai!
- Senza chiedermi l’autorizzazione! Questa è violazione della privacy!
- Al massimo della mia, tu resti sempre la mia coscienza!
- Quindi era tutta una trappola!
- Si, ed è stata un’idea magnifica!
- Brutto bastardo cosa stai cercando di fare fermati!
- No caro, mi sa tanto che questa battaglia la perdi! Ciò che ho scritto mi riempie di orgasmi!
- Noo! Stronzo il narcisismo noo! Non puoi giocare così sporco per uccidermi!
- Sì che posso, alla fine sono un grande scrittore, piaccio, c’è gente che si complimenta e se non fosse per te, sarei già al Premio Strega!
Sappi che ritornerò stronzetto, nelle notti in cui andrai a dormire sicuro di te, quando meno te l’aspetti, quando tu e quella puttanella narcisa sarete lì avvinghiati a sbaciucchiarvi, io piomberò di soppianto! Ti farò cadere in un solo attimo dall’ultimo cielo alle caverne delle tue paure. Puoi battermi e dimenticarmi coglione. Non puoi uccidermi!

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domenica 21 agosto 2011

Litania - storiella di una crisi


C’era una volta, un piccolo villaggio di nome Litania.
Questo villaggio era pieno di panettieri, se ne contavano trenta, e ogni panettiere produceva al giorno cinquanta panini al prezzo di un euro a panino. Tenendo conto che gli abitanti di questo villaggio erano millecinquecento, ogni abitante aveva il suo panino al prezzo di un euro.
Un giorno un panettiere, che si chiamava Paoloni, ricevette una cospicua eredità dalla morte di una sua lontana zia. Con questi soldi, decise di acquistare macchinari per produrre più pane e fare più soldi. Il primo giorno produsse settanta panini, al posto dei cinquanta abituali. Ma a fine giornata, si rese conto che i venti panini prodotti in più rimasero invenduti. Quella notte pensò a come rimediare a quell’inconveniente, ed ebbe l’illuminazione. Quei panini, disse fra sé e sé, non sono andati venduti perché tutti gli abitanti hanno avuto il loro abituale panino, dovrei fare in modo di vendere i miei panini a coloro che abitualmente lo comprano dagli altri panettieri, cosicché saranno loro a rimanere coi panini invenduti.
Il giorno dopo quindi, decise di fare lo stesso i settanta panini, ma di venderli a ottanta centesimi anziché a un euro. A fine giornata ebbe venduto tutti i suoi panini ottenendo un ricavo di cinquantasei euro, invece di cinquanta. Andò un po’ peggio per gli altri panettieri che si trovarono con qualche panino invenduto.
Via via che il tempo passava, il panettiere Paoloni, continuò con questa politica e attraverso il guadagno ulteriore che ebbe, acquisto altri macchinari con i quali poté produrre più panini ad un prezzo sempre più inferiore. Dopo un anno riusciva a produrre e vendere in una giornata al prezzo di cinquanta centesimi a panino, ben millecinquecento panini, ossia tutta la produzione di panini necessaria per il villaggio, ottenendo un ricavo giornaliero di settecentocinquanta euro, e causando la chiusura di tutti gli altri panettieri, i quali per poter mangiare, andarono tutti a lavorare nell’ormai azienda di Paoloni, che nel frattempo per i ritmi produttivi aveva bisogno di forza lavoro.
Ogni operaio ex panettiere, quando lavorava in proprio, percepiva un guadagno netto di quaranta euro giornalieri, ora sotto l’azienda di Paoloni otteneva un salario giornaliero di venti euro. In tutto i ventinove panettieri costavano all’azienda cinquecentottanta euro al giorno, più settanta euro di spese per materie prima, il signor Paoloni intascava ogni giorno, senza muovere un dito ben cento euro di guadagno.
Col passare degli anni il sistema continuò in questa direzione, e la necessità di continue migliorie economiche, aumento della produzione e dei guadagni, spinsero l’azienda di Paoloni a diminuire ancora di più il salario degli operai, che dopo solo due anni arrivò a dodici euro al giorno.
Non passò molto tempo però che Paoloni notò qualcosa di strano; esaminando i dati delle vendite, risultava un leggero ma costante decremento. Dall’ultima registrazione si evidenziava come si fossero venduti solo milletrecento panini invece dei millecinquecento. Causando una inflessione dei ricavi di cento euro. Più i giorni passavano e più le vendite diminuivano. Paoloni ingaggiò un team di esperti per indagare il motivo di questo calo e il verdetto fu presto detto: molta gente non aveva soldi a sufficienza per comprare il pane, questo pare essere dovuto ad una diminuzione dei salari degli ultimi anni. Serviva una soluzione urgente.
L’occasione furono le elezioni che si sarebbero tenute di lì a poco nel villaggio. Paoloni decise di intervenire e convincendo il dott. Fraudello, rinomato medico del villaggio che godeva del rispetto di tutti, a candidarsi, promettendo di risolvere il problema della crisi economica che alcune famiglie sentivano particolarmente. Ovviamente le ragioni che Paoloni usò per convincere il dott. Fraudello furono molto convincenti.
Una volta eletto sindaco il dott. Fraudello, disse che per risolvere il problema delle famiglie che non potevano acquistare il pane, esisteva un unico sistema: creare una banca in grado di prestare denaro alle famiglie che ne necessitavano per acquistare il pane. Ovviamente il prestito sarebbe stato onorato nel tempo coi relativi interessi. Il problema però fu che nel villaggio di Litania, quasi nessuno possedeva capitali tali, da poter aprire una banca. Quasi, perché l’unico che li possedeva era Paoloni, il quale con spirito caritatevole, decise di venire incontro alle esigenze del villaggio e fondò la Banca Paoloni, specializzata in prestiti. Il dott. Fraudello venne premiato per la grande idea partorita, entrando come socio della banca di una modesta ma rilevante quota societaria.
Così la politica creditizia applicata nel villaggio, sotto la protezione della Banca Paoloni, per la gioia dell’azienda Paoloni e sotto il benestare del sindaco Fraudello, permise a tutte le persone del villaggio di poter avere il proprio panino giornaliero, pagato a credito, coi soldi della Banca Poloni, permettendo all’azienda Paoloni di tornare ai millecinquecento panini venduti.
Nel giro di poco tempo l’azienda Paoloni decise di apportare una campagna pubblicitaria, volta a convincere i cittadini di Litania, in virtù delle nuove conquiste e del nuovo tenore di vita garantita dalla politica economica del villaggio, della necessità di avere non più uno, ma ben due panini al giorno per ciascuno. Così facendo, mentre il prezzo di un panino restava di cinquanta centesimi, quello di due panini era al prezzo omaggio di 80 centesimi. Sempre finanziabili a tassi agevolati dalla banca Paoloni.
Gli acquisti sfiorivano, l’azienda tocco la cifra record di duemilasettecento panini giornalieri, per un incasso lordo di circa duemila euro giornalieri. Inoltre proprio per le politiche industriali che imponevano un aumento della produzione, i salari degli operai subirono un’ulteriore inflessione, posizionandosi sugli otto euro giornalieri. Tutto volava a gonfie vele, ma il pericolo era dietro l’angolo.
A quanto era riscontrabile dai dati della Banca Paoloni, i prestiti effettuati ammontavano a centomila euro in totale, di questi centomila euro si era calcolato che solo quarantamila erano sicuri. Dei restanti sessantamila, cerano altissimi rischi di insolvenza, molti operai infatti non erano in grado, con gli otto euro giornalieri, di far fronte ai debiti accumulati. La banca Paoloni, per risolvere questo problema convinse il sindaco Fraudello a varare una serie di provvedimenti, che consentivano la creazione di pacchetti bancari. In sostanza si trattava di pacchetti in cui furono inseriti spezzettati, i debiti insolvibili dei vari debitori della banca. Questi vennero venduti ad altri azionisti, ad un prezzo inferiore a quanto si sarebbe ottenuto dal debito stesso, garantendo così agli acquirenti, futuri e improbabili ricavi. Questi pacchetti viaggiarono di villaggio in villaggio, e ad ogni fermata, nella rispettiva banca, venivano aperti mischiati con altri pacchetti e rivenduti ad un prezzo maggiore. Nel giro di poco tempo il prezzo di questi pacchetti, ormai fuori controllo era diventato esorbitante. Non ci volle molto tempo che una banca proprietaria di questo pacchetti, restò col cerino in mano, rendendosi conto che da quel pacchetto di debiti spacchettati e ricomposti non avrebbe ottenuto nemmeno un euro, era carta straccia insolvibile, ben presto la notizia fece il giro dei villaggi e le banche si ritrovarono in una crisi di liquidità pazzesca. Per di più alla notizia delle perdite, molte delle persone che avevano la fortuna di avere dei risparmi nella banca, decisero di ritirare il denaro, aggravando ancora di più la situazione.
Paoloni era nei guai e doveva pensare assolutamente ad un sistema per ripianare la situazione economica della banca, la quale ormai si era automaticamente riflessa sull’azienda, giacché molti insolventi non avevano soldi per acquistare pane, a tanti altri non furono più concessi prestiti e con le poche entrate economiche, non potevano più permettersi i ritmi di prima, il necessario licenziamento di alcuni operai, a causa della diminuzione della domanda di pane, fece il resto.
L’unica cosa urgente da fare, fu chiamare il sindaco Fraudello per trovare una soluzione alla crisi economica che attanagliava il villaggio. Era necessario disse Paoloni a Fraudello che per risanare l’economia, il villaggio, con le tasse dei cittadini, sostenga la banca in crisi attraverso finanziamenti, i quali avrebbero permesso così di rassicurare i risparmiatori e continuare a prestare soldi ai poveri operai per l’acquisto del pane. Il piano fu varato in pompa magna e con massima urgenza, facendo capire ai cittadini l’importanza del provvedimento per uscire dalla disastrosa situazione economica. Per fare questo quindi, erano necessari ulteriori sacrifici, un piccolo aumento nelle tasse e tariffe ed un maggior sforzo produttivo degli operai, i quali lavorando un po’ di più, avrebbero creato più ricchezza per il villaggio. Non andò esattamente così, la disoccupazione di vari operai, sommata ai bassi livelli salariali, ottennero come risultato, delle entrate tributarie ben al di sotto delle previsioni e del prestito elargito. Aggiungendo poi che il villaggio era ormai da più di dieci anni in guerra col vicino paese di Cereal, noto per la sua enorme produzione di grano, il cui sindaco era accusato dal dott. Fraudello di non rispettare i diritti dei suoi cittadini. In virtù di questo, Litania spendeva più di duemila euro al giorno per far rispettare i diritti in quel villaggio, si capisce bene come la situazione economica del Villaggio fu pesantemente messa a repentaglio. Con un debito che superava i centomila euro. Le banche dei villaggi vicini iniziarono a ritenere poco sicura Lituania per via del suo enorme debito e iniziarono a speculare su di essa. Nel frattempo la Banca Paoloni, non mosse un dito fino a che Lituania non arrivò sull’orlo del fallimento, a quel punto il magnanimo Paoloni rassicurò il sindaco Fraudello e i cittadini. Si dimostrò interessato a risolvere la situazione debitoria attraverso dei prestiti per risanare i conti pubblici, ma a condizione che per la restituzione del debito, si sarebbe seguita la politica indicata da Paoloni: tagli a tutti i servizi del comune, via i giardini inutili, via i bagni pubblici che consumano enormi risorse, via i semafori e la segnaletica stradale, via gli asili e le mense per i poveri. Inoltre andavano fatti sacrifici. Gli operai di Litania, i quali non potevano pensare di continuare con un tasso di vita e di produzione simile, dovevano lavorare di più e guadagnare un po’ meno, diciamo intorno alle cinque euro al giorno, solo così l’economia del paese sarebbe potuta risalire, e il debito onorato.
Questa storia purtroppo non ha un finale, non ancora. Il popolo di Litania infatti sta leggendo nel frattempo una storiella familiare, quella del popolo di Italia, un piccolo villaggio…
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mercoledì 17 agosto 2011

Amori andreottiani e champagne (quanto basta)


- Cameriere, champagne! ... Anzi no, cameriere per me una cedrata e per lei … beh per lei una peroni.
Ma a chi parlo, che qui manco ci sono i camerieri. Mi sarebbe piaciuto però che almeno loro dessero un tono alla nostra storia.
Carlotta alza lo sguardo dal suo cellulare e mi guarda spaesata.
- Con chi ce l’hai? Parli da solo?
- È una vita che parlo da solo, a dirla tutta neanche da solo, qui dentro è peggio di un’assemblea di condominio!
- Sì certo, sempre la solita solfa intellettualoide, uff non mi dici mai niente.
- Cosa dovrei dirti? Cosa vuoi da bere?
- Una birra?
- Me lo chiedi?
- Tu cosa vuoi?
- Champagne!
- Dai dì, che vuoi?
- Per brindare a un incontro!
- Quale?
- Una zanzariera arrugginita.
Carlotta tornò al suo cellulare stanca. Io più di lei, avevo solo voglia di farle male, ferirla inutilmente. Poter vedere fino a che punto ero in grado di stringere la sua anima e soffocarla. Mentre lei si faceva rubare l’aria. Era una fiamma rinchiusa in un bicchiere di vetro, non avevo idea di dove trovasse quel briciolo d’aria per restare viva, ma la luce era impercettibile ad occhio umano.
Mi amava come una bambina raggomitolata in un angolo. Non riusciva ad amarsi, tentava di aggrapparsi al mio cinismo. Avrei dovuto insegnarle ad amare, o ad amarsi, compito difficile per me che non sopporto neanche il mio sudore.
- Cos’hai?
- Ho un gatto. Qualche libro e le mie pantofole blu.
- Dai, veramente, ti vedo giù oggi, cos’hai?
- Più niente. Solo il vento.
Il suo sprizzo disinteressato si schiantò contro pensieri lontani. Anche lei ne aveva, credo anche più lontani dei miei, un giorno l’ho vista bene e ho capito che anche lei sentiva le voci, solo non le distingueva, pensava fossero un tutt’uno.
- Che vuoi da bere?
- Ti lascio!
- Vabbene mi lasci, sei sempre il solito. Mai una cosa dolce.
- Ti lascio, bignè alla crema.
- Vai a ordinare per favore?
- Ci ho pensato a lungo e ho capito tutto di te.
- Cos’hai capito, sentiamo?
- Tu sei andreottiana nei rapporti. Sì è questo il termine giusto, andreottiana!
- Questa è bella, sarebbe a dire?
- Il tuo motto è: meglio tirare a campare che tirare le cuoia.
- Vabbene!
- Ecco appunto, vabbene. Cosa poi? Stiamo morendo asfissiati dalle nostre reciproche indifferenze, non voglio una peroni, non voglio una cedrata, non voglio uno champagne, non voglio una sambuca!
- Cosa vuoi?
- Voglio che tu ti spoglia, qui davanti a me. Voglio che scappi, mi dai uno schiaffo e mi dici: è finita! Voglio le tue lacrime sul mio egoismo, voglio che ci provi con un altro solo per farmi ingelosire, voglio che mi tocchi il cazzo in pubblico, voglio un bacio con la lingua mentre siamo con gli amici, voglio, voglio, voglio…
- Cosa vuoi?
- Voglio vederti amarti. Voglio che ti senta la più figa delle donne che ha scelto uno stronzo come me per farlo soffrire ancora. Donna! Voglio sentire i complimenti scivolarti addosso come sudore, per infilarsi fra i tuoi seni. Voglio che ogni critica trovi la tua risata pronta.
- Stai parlando di un’altra donna.
- Forse. Ma avrei tanto voluto che fossi tu.
Il barista ci guardava indispettito, eravamo lì da più di mezz’ora e non avevamo preso niente.
Mi alzai, svuotato.
- Andiamo non voglio più niente.
Ci dirigemmo muti verso casa all'orizzonte.

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mercoledì 20 luglio 2011

Cristiani Metropolitani - II


Il ritorno di Giovanni Battista: Acqua a volontà!
Il profeta giudeo torna a far parlare di sé e battezza un’intera comunità ribelle
di Gioele Maccabì

Cari lettori, poco tempo fa come ricorderete, all’interno delle nostre inchieste dal medioriente, ci siamo occupati degli strani movimenti di queste terre. Non sappiamo se si tratta di mode passeggere, è evidente però come molta gente ed in particolare molti giovani, siano attratti da queste nuove ondate di spiritualismo, i cui confini con la politica restano tutt’ora indecifrabili.
Come ricorderete faro di questo movimento pare essere uno strano personaggio, reduce da un periodo di “riflessione” nel deserto, che si dice portatore di verità nuove e di una nuova via di “salvezza”. Il suo nome è Giovanni Battista e a quanto pare, farà parlare di sé ancora per molto.
È di questa settimana infatti la notizia che il profeta giudeo abbia iniziato, alla moda dei religiosi orientali ed egiziani, a far battezzare i propri adepti.
Breve spiegazione per i nostri lettori: il battesimo altro non è che un’usanza propria di varie religioni mediorientali, le cui origini possono ritrovarsi nei lontani culti egizi e non solo. Consiste in buona sostanza, nell’immergere l’adepto con la testa nell’acqua, per mano di un religioso officiante. Attraverso questa usanza «l'iniziato dopo un periodo d'indottrinamento viene immerso in una vasca contenente acqua lustrale che, cancellando tutte le colpe del passato, gli permette di ricevere come premio la vita eterna se rispetta le regole dettate dalla religione che ha abbracciato» [http://it.wikipedia.org/wiki/Battesimo]
Questa pratica nota anche nella religione giudaica, è stata riproposta dal Battista. Dov’è la novità, direte voi? Ebbene la rivoluzione, o insubordinazione se vogliamo, sta nel fatto che questo rito viene da lui officiato, al di fuori delle regole, dei dettami e della tradizione giudaica. Egli infatti ha iniziato a battezzare gente non già nel nome di Abramo, bensì in una nuova fede, tanto che coloro che si fanno battezzare da Giovanni Battista, lo fanno nel nome di una conversione ad una non meglio identificate fede.
In verità sotto questo punto anche lo stesso Battista appare piuttosto vago e contraddittorio. Egli infatti nega di porre una scissione all’interno della tradizione giudaica, tuttavia pare quasi distaccarsene di fatto, annunciando l’arrivo di un Messia.
Abbiamo quindi provato a fargli qualche domanda, per specificare bene i termini di queste sue parole e lo abbiamo così seguito durante uno delle sue esibizioni battesimali.
Abbiamo tuttavia trovato a proteggerlo numerose guardie del corpo, che ci hanno impedito di avvicinarlo durante tutta la celebrazione. A fine spettacolo però, siamo riusciti ad avvicinarlo e alla nostre richieste di delucidazioni ha risposto: «Mi spiace ma al momento, non posso aggiungere altre dichiarazioni, oltre quelle già dette. Per conto mio le posso assicurare che ciò che dico è tutto vero e saranno i fatti a dimostrarlo. D’altronde la fede di tutta questa gente che lei può constatare di persona, non può essere dettata da futili emozioni e credo siano la prova più vera alle mia parole». Alla nostra insistenza sul significato del Messia ha però sviato con un lapidario no comment.
Abbiamo assistito come detto ad una esibizione pubblica di battesimo. Questo, eseguito categoricamente nel fiume Giordano, assume i tratti di una gioiosa festa. Diversi sono i seguaci accorsi qui per celebrare una conversione, attorniati da musiche improvvisate e girotondi inscenati per l’occasione. A prima vista sembra davvero un campeggio hippie. Dopo il battesimo ogni fedele viene accolto da abbracci, baci e sincere congratulazioni dagli amici e dagli altri fedeli, mentre il Battista dispensa qua e là perle di saggezza.
L’impressione conclusiva di questa giornata e più in generale di questi strani movimenti, resta a voi lettori. Di certo da parte nostra siamo convinti che non sarà certo l’ultima puntata di questa moda che sconvolge, sfugge e destabilizza le tradizioni e l’ordine calmo di queste terre esotiche e millenaristiche.
Non ci resta quindi che aspettare la prossima puntata.

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lunedì 18 luglio 2011

Lettera d'amore odio e cous cous (con solitudine in fa#)


Ora ti starai chiedendo. Ma come si cucina il cous cous di verdure? O di chi è quella canzone che fa – eri triste nel tuo collare a collo alto – No, forse era – comprami un giglio a Palo Alto, saremo io e te una balaustra arrugginita dal sole caldo di libeccio - No scusami, sono serio. Ti starai chiedendo perché scrivo ancora lettere, ostinatamente lettere, inviate per corrispondenza ordinaria al tuo domicilio. Sai non vorrei essere troppo diretto. Non vorrei che fra di noi si fraintendesse la frenesia istantanea di una e-mail. Preferirei decantare le nostre corde nei tempi tecnici di spedizione.

Ora immagino che il postino starà vagliando le lettere in base al Comune di destinazione, mentre io ripenso a qualcosa che ancora non ti ho scritto, eccezion fatta per quella parte di lettera che va da – Ora ti starai chiedendo. Ma come si cucina il cous cous di verdure? – fino a – eccezion fatta per quella parte di lettera che va da - e tutto questo, giuro mi fa impazzire e ancor di più il pensare che non saprò mai il momento preciso in cui leggerai questa lettera, il non sapere esattamente in quel momento cosa farò io.
Ma la cosa che più mi manda in bestia, è il non saper prevedere l’attimo in cui tu coglierai il senso vero di questa lettera, che sarà a te palese nell'istante in cui percepirai un cambio repentino, e nei contenuti e nella forma stessa di questa.
Ma bando alle ciance. Urge che il nostro senso, il mio, il tuo e quello di questa lettera, raggiunga un senso proprio, piuttosto che un ostinato gingillarsi di imbarazzi.
Ti lascio. Mia cara ti lascio. Ecco l’ho scritto.

- Da questa parte in poi è possibile rilevare il cambio repentino della lettera sopra accennato -

Ora come da copione immagino che tu non ti accontenti solo di questa enunciazione diretta e immediata. Sono certo che in virtù del rapporto che ci lega e che ci ha portato a condividere fisicamente e intellettualmente svariati secondi della nostra vita, riassumibili in molteplici minuti, ridotti all’osso di eccessive ore, o se preferisci, diversi giorni intricati in qualche mese e perché no, degli anni; esigi sapere le motivazioni a margine di questa mia ponderata scelta, ebbene te ne do atto, è lecita la tua come richiesta, un’unica cortesia però, non avercela con me per non aver preso il coraggio a due braccia e aver delegato una lettera al posto della mia persona nel dirti tutto questo, credimi, una lettera è degna quanto me di dirti dei miei sentimenti.
Perché dunque: ti lascio. E questo già non è poco, neanche come spiegazione. Ti lascio, mia cara e innanzitutto mi meraviglio di riscoprire così dolce e friabile questa parola, che mi pareva acida e dura, come il caramello indurito.
Ti lascio per il caldo, non sopporto l’averti appiccicata a queste temperature, l’addossarsi dei nostri sudori in abbracci e baci afosi. L’innaturale ostinazione nel voler dormire avvinghiati nello stesso letto, credimi, neanche le zanzare apprezzano tutto questo;
Ti lascio per la tua deprecabile abitudine di gridare – Che hai detto? – quando la mia voce non giunge alle tue orecchie. Avrei preferito piuttosto il far finta di aver sentito;
Ti lascio per la tua moderata passione per i Queen. Lo sai che li detesto;
Ti lascio per quella volta che persi l’ultimo treno a causa del tuo amore clandestino con le vetrine;
Ti lascio per tutte le volte che non mi hai permesso di lasciarti;
Ti lascio per come cucini il cous cous alle verdure;
Ti lascio per come impugni la caffettiera al mattino;
Ti lascio per come dormi al pomeriggio;
Ti lascio per come lavi i piatti;
Ti lascio per come mi hai incasinato il desktop;
Ti lascio per aver fatto amicizia coi miei amici, i quali ora soffriranno del nostro lasciarsi, cazzo vogliono quelli poi? Un giorno lascerò anche loro;
Ti lascio perché ti ostini a chiedermi del fuorigioco. Te l’ho detto, non ne ho idea neanch’io, anzi lo vuoi sapere un segreto? Nessun’uomo lo sa, ma tutti fanno finta di saperlo, compresi gli arbitri;
Ti lascio per la benzina che ho speso per venirti a prendere sotto casa in tutti questi anni, credimi non è una cosa personale, è che i benzinai, il governo, i petrolieri, il capitalismo stesso si frappone a noi. E poi hai idea di quanti danni all’ambiente. Si ok, neanche a me, era giusto per…;
Ti lascio per le tue scarpe, non mi hanno mai convinto fino in fondo;
Ti lascio per la tua spensierata predilezione per i reggae party in spiaggia d’estate, ecco qui il problema è che sono invecchiato male, odio il reggae, detesto la sabbia, disprezzo le zanzare, e maledico la salsedine al mattino. Inoltre, ho un mio conto in sospeso coi giovani e l’alcool, ma vorrei che tu restassi fuori da tutta questa storia;
Ti lascio per come parcheggi, per le spine di pesce, per il pesce che non sai pulire;
Ti lascio per il tuo amore per il fritto, è tutto grasso che cola;
Ti lascio per il caffè che non sai fare, per il bucato che non sai stendere, per i pavimenti che non sai pulire, per il naso che non sai soffiare, per le lacrime che non asciughi. E non darmi del misogino, non ho idea di che significhi;
Ti lascio per come rispondi al telefono;
Ti lascio per come sorridi in foto;
Ti lascio per non aver mai litigato con me, o per lo meno, non come avrei voluto;
Ti lascio per un’altra: la solitudine;
L’altra sera ci siamo amati davvero, come la prima volta. L’abbiamo fatto dieci volte, giuro me lo faceva venire duro come non mai. Non avercela con lei. Lei non ha detto una parola quando l’ho lasciata per te.
Non vorrei che vi conoscesse, certo questo no. Per nulla al mondo permetterei che tu e la mia solitudine vi frequentasse, potrei ammazzarvi.
O meglio ancora. Ammazzarmi.
Ciao cara. Ricordati di mettere le zucchine nel cous cous.

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martedì 12 luglio 2011

Cristiani Metropolitani - I

Ma dove vanno questi giovani? Tra profeti e nuovi guru
Nelle province mediorientali dell’impero strani movimenti si affermano
di Gioele Maccabì


L’idea di un impero globale, in grado di esportare in ogni angolo del Mediterraneo la civiltà romana, era un sogno possibile già ai tempi di Cesare. Oggi si può pagare con la stessa moneta dalle coste del Nord Africa fino alle lande della Caledonia, l’accesso all’acqua è garantita in posti dove, fino all’arrivo delle truppe imperiali, si viveva in condizioni igieniche deprecabili, le città e i commerci sviluppati nei territori ove sino a pochi secoli fa, la vita sociale era nelle caverne. La giustizia latina inoltre, garantisce ovunque la tutela del diritto.
Eppure non è inconsueto sentire dalle province dell’impero, di movimenti spesso giovanili che esprimono il loro distacco, se non aperta ostilità verso Roma e le sue opportunità.
Terreno fertile come è noto, il medioriente con la sua lunga tradizione ebraico-beduina, mischiata con i lontani riti persiani di Zoroastro, rappresenta il centro nevralgico, di questa ondata ribelle.
A Gerusalemme abbiamo conosciuto dei ragazzi, seguaci di uno dei profeti più in voga del momento, che giorno dopo giorno raggiunge sempre più successo verso le masse giovanili e non solo. Il suo nome è Giovanni Battista, ebreo. I suoi tour in giro per la Palestina l’hanno reso sempre più amato. La sua dialettica semplice, diretta e non retorica, pare in grado si scalfire anche i cuori più duri.
Per comprendere le ragioni che spingono questi giovani ad abbandonare lo stile di vita giudaico-romano, per abbracciare queste nuove mode neostoicistiche o postplatoniche, ci siamo recati direttamente in questa terra misteriosa, per scoprire da più vicino le ragioni di questa generazione.
Il primo incontro è stato con un pastore ventitreenne di Betlemme, si chiama Joshua Falkan, sembra molto cordiale e disponibile; le ordinarie basette lunghe ai lati delle orecchie, non desterebbero nessun sospetto sulle sue simpatie filobattistine, eppure è lui a confermarci la sua adorazione per il nuovo profeta: «Per noi rappresenta una nuova idea non convenzionale riguardo ai rapporti umani. Non è precisamente rivoluzionario nel senso politico del termine, quanto in uno più spirituale. La sua parola è in grado di indicarci una via nuova verso cui affermarsi» Josha ha un’aria serena mentre ci dice queste parole. Sembra che ci creda veramente nelle possibilità di risveglio profetizzate dal Battista, alla nostra domanda se non crede che la nuova fede possa rappresentare un pericolo per il benessere e la pacs romana ci risponde sicuro: «A noi non interessa molto la politica. Ogni governo, imperatore, re o repubblica, romana o ebraica che sia, ha sempre portato ingiustizie e sopraffazioni. Noi abbiamo deciso di disinteressarci al potere. Giovanni Battista ci parla spesso di un altro regno che verrà, una Gerusalemme Celeste che non sarà qui fra i mortali, ma nella pace interiore».
Colpiti dalle parole di Josha, abbiamo sentito l’esigenza di interrogare qualcun altro. Nella caotica e brulicante Gerusalemme, abbiamo incontrato Benjamin Kesuah. Un falegname sedicenne, con la passione per il giavellotto e i romanzi di Omero. Tutto ci farebbe desumere uno stile di vita metropolitano e in sintonia con Roma. Nonostante tutto però, anche lui ha trovato in Battista un elemento di spiritualità nuovo e coinvolgente. In particolare Benjamin si dice colpito per la sua storia ed il suo percorso personale, «il pellegrinaggio nel deserto – ci dice - ha fortificato il suo animo e testimonia le possibilità inesplorate dell’esistenza». Una delle esperienze mistiche di Giovanni Battista infatti, è stato il deserto. Elemento chiave per il suo percorso filosofico. Nel suo lungo vagare, attorniato da file di supporter, afferma la venuta del Messia - testuali parole - «in grado di togliere i peccati dal mondo». Non è chiaro il senso profondo di queste frasi, ma i Battistini sono convinti di identificare in queste affermazioni, l’esigenza di un mondo più vero, non ostacolato dal potere, dai soldi, dallo schiavismo e dalle ingiustizie del mondo moderno. Piuttosto da una riscoperta spiritualità ed «uguaglianza fra gli uomini» (sic) .
Questo però dei seguaci di Giovanni Battista, rappresenta solo l’ultima moda, in ordine di tempo, in questa terra caleidoscopica che è la Palestina.
A questo punto però una domanda ci è sorta spontanea: di questo nuovo stile di vita, cosa ne pensano gli eredi del regno di David? È conciliabile la dottrina ebraica con queste manifestazioni giovanili? O sono magari dei pericolosi epigoni? E nei riguardi di Roma, c’è da preoccuparsi? Sono inguaribili rivoluzionari o solo sognatori? Anche a queste domande, abbiamo trovato risposte diverse.
Un pescatore di Gaza, che preferisce l’anonimato, ci confida di non aver paura di questi giovani. «È normale alla loro età avere idee anticonformiste, essere un po’ sognatori. Ma vedrete che col tempo torneranno ad essere dei buoni giudei. Anzi, credo che possano anche portare nuove innovazioni nella legge di Abramo»
Un anziano calzolaio cinquantenne di Haifa invece, non è della stessa opinione. «Questi giovani portano solo disordine e immoralità. Persino la sacra legge della Talmud è messa sotto i piedi da questi depravati capelloni. È ora che il prefetto faccia qualcosa!»
Già il prefetto, nella nostra indagine non abbiamo potuto non ascoltare la sua voce. Il dott.Valerio Grato, intervistato da noi, tuttavia rassicura: «Stiamo parlando di movimenti molto marginali e sempre sotto controllo. L’ordine ricevuto anche da Roma, è quello di evitare di avere un atteggiamento pregiudizialmente duro, nei confronti di costoro. Dopotutto, sinché non violano la legge di Cesare e la quieta pubblica, è un fenomeno tutto sommato tollerabile».
Il fenomeno quindi resta sotto osservazione e la domanda legittima, sul motivo di questa insofferenza e sulla distanza che li separa dall’ordine dei loro padri, sarà forse spiegata dalla classica irrequietezza giovanile di questi anni. Resta comunque valida la necessità di controllo, affinché la libertà d’espressione garantita in Giudea e nell’Impero, non pregiudichi la rettitudine e il buon ordine che ci ha resi grandi nel mondo.

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martedì 5 luglio 2011

Canzone d'@more


Cerco l’establishment tutto l’anno e all’improvviso eccolo là.
Lei ha investito in Lemhan Brothers e io sono socio qua giù in China.
Sento fischiare sotto i tetti. È il popolino che se ne va.
Assurdo il chiacchiericcio è troppo assurdo e insulso per me.
Mi accorgo di non avere più rivolte senza i self made man.
E allora io quasi quasi prendo un golpe e vengo vengo da te.
Ma il golpe dei desideri. Coi miei massoni all’incontrario và.

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