Rientrò prima di dormire. O poco dopo, lì sul portone di casa, dove aveva da tempo deciso di sistemare gli ombrelli, il tappeto, il campanello. Che certe notti, certe notti verrebbe d'uscir fuori in ciabatte, anzi meglio a piedi nudi o coi calzini, che è sempre meglio ripararsi un po'. Certe notti dicevo, certe notti verrebbe d'uscir fuori quasi scalzi con l'ombrello, anche senza pioggia, anzi sopratutto senza pioggia, che se piove invece è meglio lasciarlo dentro l'ombrello e abbracciarsi la pioggia. Così dicevo certe notti, certe notti senza pioggia, verrebbe d'uscir fuori quasi scalzi con l'ombrello e scendere le scale, anzi meglio, rotolarci giù per le scale, con l'ombrello aperto. Cosicché, come dicevo, certe notti, certe notti senza pioggia, verrebbe d'uscir fuori quasi scalzi con l'ombrello aperto e rotolare giù per le scale e poi magari aprire il portone, anzi no meglio, rimanerci prima delle ore dietro a quel portone e guardarci attraverso se è possibile, che se ci guardi attraverso ai portoni o in generale ai vetri e fuori c'è il mondo, allora è, allora è, allora è come vedere un film, come riparato, come se ci puoi pensare un attimo, puoi dire magari torno su, oppure resti davanti alla porta a guardarci attraverso, ti pisci addosso se vuoi, magari sì, potendo uno si piscerebbe addosso, lì davanti al portone mentre ci guarda attraverso e pure se non ci guardi attraverso, pure se il portone è di legno o di ferro o di marmo o comunque senza vetri, uno ci rimane, dico ci rimarrebbe lì ad aspettare e pure a pisciarsi addosso. Dicevo quindi che certe notti, certe notti senza pioggia, verrebbe d'uscir fuori quasi scalzi con l'ombrello aperto e rotolare giù per le scale e rimanere ore davanti al portone, a pisciarsi addosso potendo, per poi aprirlo quel portone e mettersi in mezzo alla strada con il freddo leggero a dare ossigeno e i pensieri a sputare nel silenzio. Allora dico, solo allora, potresti anche morire, abbracciare un uomo, uno qualsiasi, uno sconosciuto, o il vecchio della porta accanto, quello del primo piano che non ti è mai andato a genio, allora potresti anche correre fino all'altro lato del paese e fermarti quando il fiato non ti dà tregua, per poi guardarti la punta dei piedi, alzare lo sguardo al cielo e ridere a crepapelle, provare poi a volarci con quell'ombrello e dire a tutti che il mondo sta per finire e i giochi sono fatti, e c'è da esser matti a restar lì impassibili e sani mentre il mondo sta per finire, anzi no, dire che il mondo è già finito e siamo qui da secoli ad aspettare un tram che ci porti via da questo casino, prima dei netturbini. Hanno detto alla televisione che i ferrotranvieri sono in sciopero, altri dicono che sono morti anche loro e certe sere, che uno starebbe lì lì per uscire fuori, e far chissà cosa, finisce che gli sorge il dubbio che tutto è già finito, mentre si rimane ad aspettare un epilogo che non verrà e allora tutti quei pensieri e quelle strane voglie le lascia cadere giù dalle scale, che va a finire che ti prendono per pazzo, per la solita fine del mondo. Solo a quel punto, quando t'accorgi del vicino che ti osserva lì titubante in piena notte, con la porta aperta, quasi scalzo e la mano vicino agli ombrelli, trovi la prima scusa che ti capita, provi con la storia del sonnambulismo, che forse a quella ci credono. Per spiegare quel paradosso della fine del mondo, tanto vale affidarsi al sonnambulismo.
mercoledì 2 novembre 2011
Sonnambulismo messianico
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lunedì 31 ottobre 2011
In paziente (pathein)
Avendone cura. Del tuo bicchiere mezzo vuoto servito.
Del calice su cui ti piegherai per piangere.
Per pregare. Per pagare e semmai pogare.
Io non avrò da ridire del pessimismo dei punti di vista.
Delle viste guidate. Dei punti premi. Dei conti in ordine.
Ho conosciuto qualcuno che ha meritato le mie virgole, le mie esclamazioni! i miei interrogativi?
"Virgolettato i miei pensieri" (e le infinite parentesi a perdersi nel nulla).
Non avevo parole, forse è questa la soluzione. Creando vuoti nella lingua.
Disimparando a parlare. Forse meglio. Impossibilitati a tradurre a parole.
Un vecchio computer che non supporta e non sopporta. Allora bippa.
Emette rumori. Pance sgonfie. Rutti affamati.
Meglio berlo quel bicchiere. Tossire di traverso.
Ingozzarsi d'aria e bollicine. Meglio annullare ogni indecisione.
Fra mezzo pieno e mezzo vuoto, mezzo bere.
Appena per ricordarsi il suo nome, il tuo, il mio.
Il prezzo da pagare per una cerimonia impaziente.
giovedì 13 ottobre 2011
Pieghe
hai aderito
hai adorato
hai odorato
hai adornato
hai deodorato
hai diradato
hai divorato
hai divorziato
hai divagato
hai divertito
hai invertito
hai riverito
hai rivestito
hai riversato
hai traversato
hai tramortito
hai tramutato
hai tramontato
hai travisato
hai tradito
hai tradotto
hai travolto
hai sconvolto
hai sconfitto
hai soffritto
hai soffiato
hai annaffiato
hai arraffato
hai ammassato
hai ammazzato
hai ammaliato
hai smagliato
hai scagliato
hai stagliato
hai studiato
hai sgonfiato
hai spogliato
hai sfogliato
hai svogliato
hai ammogliato
hai ammalato
hai acclarato
hai accaldato
hai accantonato
hai accapponato
hai accavallato
hai accompagnato
hai accoltellato
hai accontentato
hai accordato
hai ricordato
e poi dimenticato
sei stato assolto dall'avere
disciolto dal verbo
domenica 9 ottobre 2011
Autunno
È normale piangere, appena l'autunno bussa alla tua finestra. È un bussare timido ma costante. Seguito da boati e colpi di tosse. Non ti resta che piangere. Se solo non avessi da fare, dico. Se solo fossi solo, veramente, lì ad ascoltare i discorsi dell'autunno, che è una voce confidenziale, di quelle voci radiofoniche di notte lungo la strada, o dei racconti di un anziano parente. Devi piangere quando l'autunno bussa alle finestre. Non per tristezza né per gioia, si piange per poterci parlare con l'autunno, è la sua lingua e se taci, fai silenzio e resti solo, ma veramente, allora capisci che non ti resta che piangere, parlare con l'autunno vuol dire piangere, in quasi tutte le lingue, piangere è piovere, llorar è llover, pleurer è pleuvoir, rain è cry (e forse crain). Ogni uomo solo, ma veramente, dovrebbe aprirla la finestra e lasciare che l'autunno strabordi oltre le rive, dentro la sua stanza, ad impregnare le sue branchie dei suoi pianti, di quel dondolìo del mare, delle lontane avventure di quel vecchio marinaio che è l'autunno. Ora che non sei più solo, ma veramente, affogato dentro quell'autunno resterebbe da lanciarsi fuori, nell'autunno. Nuotare in quella burrasca che finalmente ha un volto, e dentro cui puoi finalmente affogare. È la stessa che ti porti dietro e ti porti dentro da sempre. Ma non puoi mica affogare in una burrasca che è dentro di te e allora per questo arriva l'autunno, per coccolarti fra le sue onde, per poter finalemente affogare dentro la tua stessa burrasca e piangere, piangere, piovere, piovere, piangere, piovere, piangere, piovere, piangere... Pescatore solitario, vecchio marinaio burbero che ci accogli fra le tue reti, che peschi solitudini, che getti via le lische delle ossessioni, le manìe di ogni patria, le nevrosi che fuggono da se stesse. Si rimane così.
venerdì 7 ottobre 2011
Lapidiario
Dilapidare ricchezze. Lapidare ricchezze. Lapidi di ricchezze. Tutto viene sepolto da una pietra. Una qualunque. O quella definitiva. S’intende. E su ogni pietra edificherai una chiesa. La stessa che dilapiderai. La stessa che lapiderai. La stessa lapide di Pietro. Che è pietra e lapide. Si scaglia sul figlio. Dal padre. Levigata, scheggiata e colpevole. Ho sfogliato la tua faccia tra le mille pieghe del tempo. Dei tuoi ricordi. Che non sono tuoi più delle tue tasche e dei tuoi pensieri. Sei salito al tempio per ricevere ricovero. I templi non sorgono mai a piano terra, e nemmeno i tempi. I templi sono sempre illuminati al neon, in tutti i tempi. Cercavi le lettere alle tue parole. Quella pietra che ti scalfisce, leviga e indurisce. Ti sbriciola col tempo e col tempio e ti rende sabbia. Così libera nell’Oceano. Il significato di tutti i templi e di tutti i tempi è sempre stato in quella scheggia. Nell’arrugginito consumarsi, riprodursi, senescersi, obsolescersi, obliterarsi. Clicca la macchina. Lascia un dito mozzo, una carta ruvida, un leggero timbro ed un occhio di mascara. Tutti in quel mare che chiamiamo oceano, stagno o placenta. Respiriamo la sconfitta della nascita. Buttati al mondo in quel modo orribile e disgustoso. Marchiati a sangue dal sangue. È una castrazione per tutti e per tutte. Ogni ombelico è lì a testimoniare dinanzi a dio e alla sua pietra l’orribile mutilazione. Non c’è scampo per nessuno, siamo cacati. Potevamo tuffarci alla vita. Una piscina olimpica come inizio delle danze, un elegante modo per presentarsi ai parenti più stretti. Ma si sa, ha poca eleganza dio, abituato ai suoi modi rudi e spiccioli da vecchio contadino. Con la sua canottiera bianca sporca di sugo, e quella barba ripiena di terra. Neanche per suo figlio ha avuto riguardi. L’ha abbandonato appena nato, mentre in croce chiedeva il perché di quella paternità rifiutata. Potevamo essere molto più eleganti in un uovo, senza troppi traumi per nessuno. Ci sarebbe da adottare uno psicologo per ogni nascita, per quel trauma immane che non a caso siamo tutti costretti a rimuovere. Indicibile. Invincibile. Incivile. Incendiario. Cosa cercherai mai su quel tempio dorato che non hai nel tuo ombelico? Cosa avrà mai da dirti l’ultimo guru, l’ultima merce, l’ultimo contante racimolato, l’ultima ricchezza lapidata, lapidaria e ultima? Costretto a cercare un padre dietro ad ogni fantasma. Dietro al tuo armadio, sotto al tuo tavolo, in cucina, nel bagno, giù in cantina, nel nascondiglio pornografico, o su, più su, in cima a quel monte, in cima al tempo e al suo tempio, in mezzo alle tue tempie, lontano dai tuoi ricordi, da quel primo orribile e inesauribile, ad oggi che hai acquistato il tuo nuovo fantasma, celato da dio, costretto da un’idea, da un’immagine, da un’indagine di mercato, da un’ingegnere nucleare, dall’ultima moda in fatto di noia, e sempre su quel tempio hai timbrato il tuo scontrino fiscale, e non si sfugge, è fiscale, per sempre, in gioco per sempre del tuo vuoto voto in vita. Scalfiscila ancora, levigala, incendiala, induriscila fra i denti, aguzza ogni pietra fra le tue mani, fino a quando ogni sempre sarà finito, fino alla tua chiesa, alla tua lapide, alla tua lapidaria ricchezza.
sabato 24 settembre 2011
Militanz
«Fuori da tempo e storia,
Via dall'eternità,
Dai cicli, dai progetti,
Dai radiosi futuri,
Dal sol dell'avvenire,
Dalle gloriose armate,
Dalle stelle ai simboli,
Dalle albe umanitarie,
Il passato è afflosciato,
Il presente è un mercato»
CCCP - Militanz
Forse era per quell'aria soffocante che non aveva ossigeno. Le sigarette si piegavano accartocciate una sull'altra come su un campo di battaglia. Era il turno del discorso ragionato, quello col buon senso dell'analisi, un'analisi di fase che era figlia di una documentata indagine sugli umori. Il suo turno forse non per caso, come un concerto per fiati, seguiva quello di pancia, quello sfogatoio ribelle prima di lui. Il solito che si fa guidare dalle passioni e dalla rabbia, la rabbia cieca che quasi sempre fa sbagliare rotta, ci fa essere precipitosi, impulsivi nelle scelte, incapaci di guardare al quadro nel suo insieme, a ciò che avviene, ai percorsi, corsi e ricorsi storici. La passione non va mai bene. Certo, tutti l'abbiamo, ma scade spesso nel culto, nell'appartenenza, nell'appartenersi. E a me da fastidio lo so, tutto questo senso cameratesco e sudaticcio. Quest'eterna catacomba per poveri cristiani, continuamente affollati di pensieri, continuamente affogati dai pensieri, congetture, strategie, abnegazione, forza. Ho il vuoto nella testa mi muovo poco e male. Compagni non divaghiamo. È chiaro che l'intenzione era quella di farci fuori, di accusarci all'interno del movimento di cose per cui. Era chiaro sin dall'inizio l'ostracismo che a sinistra ricevevamo da chi continua a vedere nell'azione nostra una qualche intenzione politicista che ci è del tutto assente. Dati i rapporti di forza. Tenuto conto delle intenzioni moderate dell'attuale governo, in questa fase di retroguardia, conservatorismo reazionario mi pare ovvio come. Gli interessi economici di una parte di quel ceto dirigente, anzi no di tutto il suo gruppo. Attenzione non facciamo l'errore di fare di tutta l'erba. Non vedo un coinvolgimento da parte dei compagni. A queste riunioni manca l'adeguata. Eravamo morti. Morivamo. Moriamo. Vivere o morire. Morire per la causa, o morire per niente. O morire giornalmente per la causa. Una causa persa. Persa il giorno in cui abbiamo dimenticato il nome della causa e l'abbiamo chiamata semplicemente causa. Effetto, fine, motivazioni sensibili. Non capisco tutto quest'astio, cosa non ti convince? Credi che ci siano stati errori da parte della classe dirigente? O forse la base non ha compreso l'importanza della militanza totale? No, non è la base, non è il vertice, l'altezza o il diviso due. Non so cos'è. O lo so da sempre. Perché continui a bagnare le tue idee, così preziose nella vernice della storia? La storia è un teatro immenso. Uno di quei teatri greci con le maschere e tutto il resto, un baccanale a cui qualcuno a volte ci invita, raccomandandoci l'abito, non da sera e nemmeno scuro. A teatro l'abito è quello di scena. Solo quello di scena. Lo stesso spettacolo recitato per i botteghini delle corti private di fine settecento. Eri innocente da solo. Eri puro da solo. Eri sbagliato, come tutto e come sempre. Ma eri tu. Ancor più quando hai tritato tutte le tue certezze davanti ad ogni altro. Dinanzi ad ogni libro, dietro a qualsiasi teoria ci hai riposato con i tuoi eppure, con la tua candida forma ecumenica. Ora hai abbracciato qualcosa, pensando che era tua. Non passa giorno che lasci cadere quel qualcosa che ti rendeva innocente, ed un trucco di scena ti prepara per il tuo gran giorno, quello in cui i tuoi parenti giunti da lontano ti applaudiranno. Ma non eri tu, è scena. Lo spettacolo deve continuare. Ciò che dovremmo fare attraverso un'accurata campagna di informazione, è far comprendere l'importanza di una mobilitazione generale contro l'attuale politica economica. La controriforma del governo ci impone un'alleanza con quelle forze che alla nostra sinistra non si piegano al tatticismo sindacale, ma sono pronti a mettere in atto azioni di lotta irrevocabile, continua e di massa. Non provi mai a sputare ciò che difficilmente potrai masticare? Tu che hai iniziato tutto perché avevi difficoltà con le ragazze. Eri timido alle medie e cerchi rassicurazioni nella prosa autoconvincente della lotta? Piangi ti prego, ma di lacrime tue. Le riconosci subito, sono quelle che t'abbracciano e ti riportano in grembo, nel tuo stesso grembo. Conservala la rabbia. Ma non essere ribelle. Non chiuderti mai dentro ai palchi scenici. Respira. Perché obblighi i tuoi pensieri a credere? E non getti i remi a riva. È burrasca quella che vedi dal tuo primo respiro. A cosa serve ancorarsi nella burrasca? Sciogliti, affoga e disperati. Non costruirti rifugi. Mai! Non cercare una patria. Sii straniero.
venerdì 16 settembre 2011
Inutile
Cari lettori, care lettrici, cari e care visitatori occasionali ed improvvisi.
Vi scrivo questo post per informarvi che con mio sommo piacere, sono comparso su Inutile On Line, con un mio racconto dal titolo:
Grazie mille Inutile!
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