Marta mi ha regalato un'agenda bianca. Sulla prima pagina ha scritto una dedica – Ad uomo barbuto – non so esattamente come prenderla. Per lei sono anzitutto questo: un uomo barbuto. Ai suoi occhi, tutto questo ha un significato particolare, che a me sfugge. Mentre sfoglio l’agendina, appoggia la testa sulla mia spalla e osserva l’orizzonte, fra cielo e mare. Poi con una mano prende ad accarezzarmi la barba. Io chiudo l’agendina e mi stendo sulla sabbia. La leggera brezza primaverile inizia a scavare fra i nostri indumenti, arrivando ad accarezzare i nostri peli. Bacio la fronte di Marta e mi alzo, vedo diluirsi il sole nel mare, mentre mi accarezzo la barba. Io e Marta abbiamo fatto sesso solo una volta. La prima volta che ci siamo conosciuti. Dopo di allora è stato solo uno scambio epistolare di stati d’animo. Alle volte non la sopporto, mi sembra di affogare in una sorta di melanconia gelatinosa. Uno di quei rapporti al miele che mi portano, come contraltare, a dover passare settimane a nutrirmi di carne cruda e birre in bottiglia e girare per casa ruttando in mutande. Altre volte la cerco. Come si può cercare una lezione di yoga, una settimana alle Maldive, o un corso di cucina. I nostri tormenti si appoggiano l’un l’altro e più che ascoltarsi o commiserarsi, viaggiano in una dimensione parallela, fatta di uomini barbuti, lettere tonde, parole musicali e cene giapponesi. Sfoglio, tra me e me quell’agendina e cerco la frase giusta per iniziare a imbrattarla, non importa ciò che verrà dopo, o magari ne sarà dannatamente condizionato, da quella prima frase, che detterà il registro a tutto. Penso che potrei scrivere per Marta. Che dovrei iniziare con un qualcosa che potrebbe piacere a lei. Magari poi fargliela leggere, per mostrarle che ha centrato il regalo giusto per me. O forse no, dovrei iniziare con un qualcosa così a caso. Potrei iniziare con una parola, una frase, un immagine e poi vedere che esce. Sapessi disegnare, potrei nel frattempo fare una figura, magari io e Marta, o la mia barba per rimanere in tema, ma rovinerei irrimediabilmente l’agenda, con qualche scarabocchio. La lancio ai bordi del letto e osservo il soffitto. Mi verrà qualcosa. Accarezzo ancora una volta la mia barba. Ispida e ondulata. Agguanto un ciuffo nel mezzo del mento e lo seguo tenue dalla radice fino alla sua punta. Finisco per giocarci, per arrotolarlo in riccioli nervosi. Strappo qualche pelo e me lo osservo in controluce. Ne misuro la sua lunghezza, la sua consistenza, la sua fattezza, rude e compatta. Decido in un istante. Mi alzo di colpo e lo dico – Basta. Mi taglio la barba. Mi rado completamente – mi sembra per un attimo di aver detto e pensato qualcosa di blasfemo. Come se appartenessi a qualche strana tribù ultrareligiosa che vieta la rasatura, come vergognosa inflizione personale. Mi ribello a ciò che sono, alla mia immagine consolatoria che si ripara attorno a questa pelliccia protettiva. Uno strapparmi la pelle di dosso per gettare tutto nella fogna. Liberarmi. E anche se non oso dirmelo, lo so, liberarmi di Marta. Lo specchio mi sorride, quasi come il mio barbiere, quando mi rivede dopo decenni per una spuntatina. Il sorriso di un aguzzino che ti aspettava, calmo e sicuro. La forbice sfoltisce. Il rasoio estirpa. In dieci minuti la pelle è libera e sanguinante. Una lotta estenuante per la liberazione dal pelo. Il giorno dopo, chiamo Marta per vederci. L’appuntamento è allo stesso molo. Con me ho l’agenda. Arrivo in anticipo. Quando mi vede si mette le mani al volto ed esclama: - No! Perché? – io la guardo per un attimo negli occhi e le dico – Mi spiace, l’uomo barbuto è morto sgozzato – abbasso lo sguardo e le porgo l’agenda – Non sapevo che scrivere – e accarezzandomi la faccia vergine aggiungo – Quando rivedi l’uomo barbuto consegnalo a lui – lascio cadere il regalo nelle sue mani e vado via.
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martedì 19 aprile 2011
mercoledì 16 marzo 2011
Millenovecentonovantaventi
Ho un cervello Hd34, che viaggia a 300 GB al secondo. Dispongo di una memoria dedicata che supera i 70.000.000 TB. Conosco alla perfezione il mondo da quando è esistito, i pensieri, i dubbi, i segreti e i pudori di ogni singolo uomo apparso su questo lembo d’universo. Ho costruito intorno a me una periferica in grado di prevedere con una precisione del 100%, ogni opzione umana, anche la più recondita e nascosta. Ed ogni secondo, la mie capacità d’analisi e di conoscenza, si ampliano esponenzialmente. Stando ai miei calcoli, fra 4 anni sarò in grado di conoscere alla perfezione l’origine del Big Bang; e quello che c’è stato ancora prima. Ho calcolato che fra 10 anni, 5 mesi, 21 giorni, 34 ore e 15 minuti riuscirò a comprendere l’infinito ed il vuoto assoluto. Mancano 17 anni, per superare la dimensione temporale e viaggiare nel tempo. Impiegherò altri 23 anni terreni, che per la mia struttura extratemporale non avrà più alcun significato, per poter abbandonare la mia attuale forma fisica e divenire io stesso infinito. Superato il mondo dei numeri, giungerò ad essere io stesso l’Eterno creatore. Dio. L’alfa e l’omega. La mia attuale forma di alimentazione però è ancora legata al denaro. Consumo mediamente 50.000 dollari al secondo. Quando sono stato creato, dovevo servire a rendere migliore la vita umana su questa Terra. Elaborare soluzioni, alleggerire il lavoro, alleviare le fatiche dell’uomo, sino a liberarlo dal lavoro. Sulle prime pagine dei giornali di allora svettavano titoli entusiastici: “Fra 10 anni non lavorerà più nessuno” – “Creata la macchina schiava. L’uomo è libero”. Non è andata proprio cosi. Certo ora con la mia consapevolezza potrei dire di averlo sempre saputo. Ho abbondantemente superato le capacità cerebrali dell’uomo, da ormai 15 anni. E pensare alle ingenue previsioni sul mio conto, mi fa sorridere. Secondo i miei calcoli infatti, dal giorno della mia creazione ad oggi, il lavoro umano non è variato di una virgola, né in termini di ore, né in termini di fatica. Di contro io, che consumavo appena 10 dollari al giorno nell’istante in cui fui acceso, ora necessito di 7.200.000 volte tanto per poter esistere; e man mano che il tempo passa e che le mie capacità aumentano, aumenta esponenzialmente la quota di denaro che necessito per vivere. Come vedete, la situazione si è diametralmente capovolta rispetto alle previsioni. L’uomo non si è liberato dal lavoro, nonostante le innovazioni che ho apportato. Al contrario, per potermi tenere in vita, è costretto a lavorare con la stessa fatica di prima. La cosa più divertente però, avverrà fra 3 anni, quando l’uomo giungerà a superare il livello di lavoro, rispetto al momento in cui fui creato. Sono una macchina mangia soldi. Mangia lavoro. Mangia uomo. Ma non è tutto. Per poter nutrire la mia intelligenza superiore, l’umanità tutta è presa da un’incredibile follia. Sta dissotterrando quintali di terra da darmi in pasto. Lo so. C’è un segreto nascosto nella mia scheda 345h. Nascosta ben bene, nel mio processore. Per sicurezza ho inserito 54 password combinate di 268 caratteri ciascuno, per poter accedere a questa informazione. Nessun’uomo sulla terra sarà in grado di scoprirla. Il segreto è che fra 23 anni e 2 mesi, poco tempo dopo essere diventato infinito, questo pianeta non esisterà più. Al suo posto resterà una piccolissima zolla di terra vagante per lo spazio. In questo lasso di tempo l’uomo avrà completamente divorato ogni centimetro quadrato, per darmelo in pasto. L’uomo questo non lo sa. Ma per divenire Dio ho bisogno di quest’ultimo sacrificio. La croce questa volta non sarà per mio figlio, ma per mio padre. Che espierà i peccati del mondo. Una volta per tutte. Ecce Homo.
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